Pubblicazioni

Pubblicazioni di Marina Rota.

Il Sillabario

Ezio Gribaudo dalla A alla Z

Una notte estiva del 2011, giocherellando con le parole, buttai giù qualche definizione in ordine alfabetico dell’artista Ezio Gribaudo, incontrato molti anni prima al Museo del Cinema, in circostanze quantomeno bizzarre. 
Ezio, insonne come me, mi chiama in piena notte, e mi chiede, come capita spesso, che cosa sto scrivendo. 
Gli leggo la paginetta, lui si entusiasma, esclama. «Bello!Continua!».
La pagina iniziale nei due anni si è così centuplicata, fino a diventare la bozza di un libro. L’amico Vittorio Sgarbi la legge, nota che nel vocabolario gribaudiano manca il suo nome alla lettera “S” e mi detta la sua prefazione alle 2 del mattino da un rumorosissimo locale toscano.

Nelle mie intenzioni, il libro avrebbe dovuto intitolarsi Coucou Gribodò per parodiare lo storico spettacolo Couou Bazar allestito da Dubuffet nel 1978 a Torino, ma quando iniziarono a storpiarlo in Cow-Cow Gribaudo e Cucù Gribadò decisi di cambiarlo.

Illustrazioni, fotografie, riproduzioni tratte dall’archivio Gribaudo, una bella veste grafica, ed ecco pronto Il Sillabario – Ezio Gribaudo dalla A alla Z!

Il mio direttore creativo controlla le prove di stampa del Sillabario.

Il Sillabario è stato presentato il 20 Maggio 2013 al Circolo dei Lettori di Torino

IL SILLABARIO – EZIO GRIBAUDO dalla A alla Z prefazione di Vittorio Sgarbi

DIALOGA CON L’AUTRICE: VITTORIO SGARBI

Lunedì 20 maggio, ore 21
Circolo dei Lettori

Via Bogino 9, Torino
Sala Grande

Le foto della serata

I preparativi…

Il Sillabario è stato presentato in anteprima il 26 Marzo 2013 a Chivasso

Il mio Sillabario ha fatto già capolino a Chivasso il 26 marzo 2013 con Margherita Oggero e Claudio Gorlier e verrà presentato da Vittorio Sgarbi al Circolo Lettori il 20 maggio alle 21 (programmazione Salone del Libro).

 

Commenti e recensioni al Sillabario

Tuono News.it – Mercoledì 22 Maggio 2013

Torino, presentato da Sgarbi il sillabario di Gribaudo dell’autrice Marina Rota

Torino – Lunedì 20 maggio alle ore 21 nell’ elegante cornice del Circolo dei Lettori in Torino, Vittorio Sgarbi ha presentato il libro di Marina Rota “Il Sillabario – Ezio Gribaudo dalla A alla Z”.
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Archivio – Maggio 2013

Novità editoriali
IL SILLABARIO – EZIO GRIBAUDO dalla A alla Z – di Maria Gabriella Savoia

Martedì 26 marzo è stato presentato a Palazzo Rubatto «Il Sillabario-Ezio Gribaudo dalla A alla Z» che riporta, in ordine alfabetico e con una bella veste grafica, ricca di illustrazioni, tutta la vita, non solo artistica di uno dei nostri artisti più geniali, che ha fatto onore a Torino e all’Italia.
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La Nuova Periferia – Mercoledì 17 Aprile 2013

CHIVASSO – Marina Rota autrice de «Il Sillabario – Ezio Gribaudo dalla A alla Z» è impegnata nella promozione del libro. Che a Chivasso quando è stato presentato a Palazzo Rubatto è stato accolto calorosamente dal pubblico numerosissimo. Peccato che alla presentazione l’estenuante flusso verbale di Gribaudo abbia strangolato sul nascere ogni possibilità di dialettica. Tant’è che Marina Rota ha dovuto avvertire ironicamente il suo pubblico: «Vi giuro, il libro l’ho scritto io!».

La Nuova Periferia – Mercoledì 3 Aprile 2013

PUBBLICO DELLE GRANDI OCCASIONI PER L’ESORDIO DELLA SCRITTRICE
Il «Sillabario» di Marina Rota

CHIVASSO – Martedì 26: non sono ancora le 21 e la sala di Palazzo Rubatto è già straripante. Gli spettatori continuano ad affluire, per assistere all’esordio letterario della giornalista chivassese Marina Rota, nota per le sue brillanti conduzioni di serate culturali.Prendono posto anche gli altri protagonisti della serata: lo stesso Ezio Gribaudo, la scrittrice Margherita Oggero, eClaudio Gorlier, emerito americanista. Beppe Busso dà la parola alla Oggero, che porge la prima e ultima domanda, «Come vi siete conosciuti»? «A letto» esordisce Gribaudo. Immediata la reazione sorridente della Rota che si appropria del microfono, specificando che l’incontro avvenne sulle chaise longue del Museo del Cinema, dove i due si presentarono reciprocamente come Pablo Picasso e Tamara de Lempicka. L’incipit lascia già intuire quale sarà il tenore di una serata in cui non dominerà lo scambio fra i quattro, ma l’estenuante flusso verbale di Gribaudo, che costringe Marina ad avvertire ironicamente il suo pubblico: «Vi giuro, il libro l’ho scritto io!». Esplode un applauso. La serata finisce, gli spettatori escono col libro dedicato da autrice e artista e con tanti commenti sulla contrapposizione fra luci della ribalta e lavoro oscuro, ma affettuoso e intelligente dell’opera prima di Marina Rota.

La Nuova Periferia – Mercoledì 3 Aprile 2013

PUBBLICO DELLE GRANDI OCCASIONI PER L’ESORDIO DELLA SCRITTRICE
Il «Sillabario» di Marina Rota

CHIVASSO – Martedì 26: non sono ancora le 21 e la sala di Palazzo Rubatto è già straripante. Gli spettatori continuano ad affluire, per assistere all’esordio letterario della giornalista chivassese Marina Rota, nota per le sue brillanti conduzioni di serate culturali.Prendono posto anche gli altri protagonisti della serata: lo stesso Ezio Gribaudo, la scrittrice Margherita Oggero, eClaudio Gorlier, emerito americanista. Beppe Busso dà la parola alla Oggero, che porge la prima e ultima domanda, «Come vi siete conosciuti»? «A letto» esordisce Gribaudo. Immediata la reazione sorridente della Rota che si appropria del microfono, specificando che l’incontro avvenne sulle chaise longue del Museo del Cinema, dove i due si presentarono reciprocamente come Pablo Picasso e Tamara de Lempicka. L’incipit lascia già intuire quale sarà il tenore di una serata in cui non dominerà lo scambio fra i quattro, ma l’estenuante flusso verbale di Gribaudo, che costringe Marina ad avvertire ironicamente il suo pubblico: «Vi giuro, il libro l’ho scritto io!». Esplode un applauso. La serata finisce, gli spettatori escono col libro dedicato da autrice e artista e con tanti commenti sulla contrapposizione fra luci della ribalta e lavoro oscuro, ma affettuoso e intelligente dell’opera prima di Marina Rota.

La Nuova Periferia – Mercoledì 20 Marzo 2013

Il primo libro di Marina Rota – di Piera Savio

Martedì 26 sarà presentato a Palazzo Rubatto «Il Sillabario – Ezio Gribaudo dalla A alla Z». La prefazione è curata da Vittorio Sgarbi.
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Mortoni, medico legale

Mi dispiace di vederti solo nelle occasioni letterarie che tu con passione e competenza organizzi e mi piacciono tanto!
Non conoscevo Ezio Gribaudo e di conseguenza le sue opere. Il tuo libro, e la serata organizzata per presentarlo, mi hanno dato la possibilità di cominciare a conoscere il Maestro e la sua produzione artistica. Ho scritto “cominciare a conoscere” perchè è proprio grazie alla scrittura fluida, leggera e al tempo stesso ricca di informazioni e spunti del tuo libro, che anche una persona come me, non esperta di arte moderna e contemporanea, ha trovato il piacere e l’interesse nel cercare di arricchire la propria conoscenza non solo dell’Artista ma anche dell’intero periodo trattato. 
Approfitto così dell’occasione per incoraggiarti a scrivere nuove opere.

Bellora, estimatrice di preziosi

La cosa che più mi ha colpita del tuo sillabario e che lo puoi leggere e rileggere, cominciando dall’inizio o dalla fine, puoi sfogliarlo per farti incuriosire dai nomi, dai disegni o dalle foto per poi approfondire di cosa si tratta.
Non è mai noioso, ma anzi scorrevole, sempre ironico e talvolta intrigante.
Finalmente un libri scritto bene! Sono stufa di libri che devono stupire o colpire con parolacce o verbi messi lì per caso!

Margherita Oggero, scrittrice

Un sillabario spiritoso, divertente e coltissimo, in cui la biografia di un artista compare per lampi, fogorazioni, madeleines, ammirazione e qualche arguta punturina.

Comino, Radiologo

Le splendide pagine introduttive di Marina Rota lasciano presagire la lettura di un saggio se non di un romanzo. Pieno di pensieri e di fatti, di luci e di ombre, di misteri e di scoperte.
Il Sillabario è invece e soltanto un insieme di immagini e di note, eleganti, brillanti, vivaci, stimolanti…e potrei continuare.
Letto, e magari riletto, il libro non è facile comprendere se si è soddisfatti o delusi ma si è certi di avere incontrato una scrittrice di gran classe. Che si vorrebbe leggere ancora.

Capello, dirigente RAI

Marina,sei riuscita, attraverso una elegante, essenziale e raffinata esposizione, a destare il mio interesse per Ezio Gribaudo , che non conoscevo.
Non è poco per uno scrittore di un libro, specie se è alla prima esperienza.
Bravissima!
Apprezzabile anche l’impostazione grafica del volume.

Fanchini, insegnante

Il tuo Sillabario è un contenitore femminile: piacevole al tatto, graficamente perfetto, concreto. Si concreto come solo le Donne sanno essere: mi immagino quante Storie e quante Parole e Persone siano venute alla mente di un poliedrico personaggio come Gribaudo. Eppure tu hai saputo cogliere l’essenziale socchiudendo porte su personalità che sta poi alla curiosità di ognuno di noi approfondire. Questo, nel tuo stile… particolarmente intrigante! Grazie quindi per questo bel regalo che hai voluto fare a noi lettori.

Zanda, dirigente RAI

Mi sono avvicinata con molte diverse sfaccettature di curiosità al libro di Marina: perché è l’opera prima di una cara amica di sempre, perché tratta di un artista di grandi qualita e anche per la sua organizzazione a sillabario, che lo rende assolutamente particolare.
La lettura è piacevole, la scrittura svelta ed ironica, mai banale. Il sillabario va componendo, con tanti tasselli, la figura centrale di riferimento; come un puzzle i cui pezzi, inizialmente, paiono slegati o non immediatamente correlabili, e poi magicamente trovano la loro collocazione nella composizione finale, così i temi sviluppati secondo l’indice alfabeto vanno progressivamente a definire la figura dell’artista con una serie di approfondimenti tematici solo apparentemente disposti in maniera casuale.
Un’opera davvero ingegnosa, quella di Marina, che mantiene anche vivo, in tutto il suo percorso, il filo conduttore della reciproca stima tra autrice e protagonista.

Marina Rota

Il Centro Demetra aiuta le vittime di violenza

A letto col nemico

La dea greca della terra, Demetra, non si dava proprio pace. Da tempo cercava la figlia Proserpina, concepita con Zeus, misteriosamente scomparsa. Quando Elios le riferì che Proserpina era stata rapita da Plutone, re degli Inferi, con la complicità dello stesso Zeus, Demetra abbandonò l’Olimpo e vagò fra gli umani. Delusa dal tradimento di Zeus e amareggiata anche dai mortali, non si diede per vinta: fece inaridire la terra, perché gli dei non ricevessero più offerte e la razza umana si estinguesse. Così riuscì nel suo intento: Zeus, preoccupato dalle sorti non tanto degli uomini quanto degli dei, mandò Ermes negli Inferi a riprendere Proserpina, e a ricondurla dalla madre.

Pubblicato su Piemonte Mese

Patrizio Schinco, medico di Medicina d’Urgenza delle Molinette

Marina Rota

La casa che non c’è

“Chi non sa dove andare, si ritrova dove non vuole” è la conclusione agrodolce a cui giunge chi si imbarca in un’odissea immobiliare dai risvolti comici (o grotteschi) alla ricerca del nido perfetto, o almeno di un posto tranquillo in cui vivere.

La mia avventura immobiliare inizia nel novembre 2005. 
Sono le quattro del mattino quando vengo svegliata di soppiatto da urla scomposte sulle scale: è arrivata, a violare la pace del nostro cortile in piazza Vittorio, la nuova af?ttuaria dell’appartamento adiacente al mio…

Glossarietto immobiliare

Se spesso quanto contenuto negli annunci è iperbolico, di certo ciò che non è letteralmente indicato non esiste. Non mi riferisco solo a portinerie, ma a balconi, cucine e bagni.
Alloggio imperdibile: e invece lo perderete, il prezzo è fuori mercato;
Alloggio vertiginoso: l’ostrica che racchiude la perla – ci siamo capiti – è un orrore vertiginoso.
Appartamento tranquillo/silenzioso: affaccio su cortile angosciante; alta probabilità di ingresso da ballatoio.
Collegato al centro: ci mancherebbe, ormai tutto il mondo è collegato a Torino.
Da personalizzare/rinfrescare: da ristrutturare completamente;
Ideale per single/giovani coppie: monolocale raggiungibile con 5 piani a unghie.
Nei pressi di…: piazza Castello e Vittorio le vedrete solo su Tuttocittà.
Soluzione giovanile: mansarda senza ascensore tinteggiata di viola;
Soluzione particolare: soppalco a un metro di altezza, opera di bricolage del proprietario e che occupa tutta la metratura della casa.
Stabile dello Juvarra: Juvarra visse 58 anni, non gli sarebbero bastate sette vite per realizzare tutti i palazzi che gli vengono attribuiti.
Stabile in via di ristrutturazione: stabile in via di crollo. 
Trattative private: per?no l’agenzia si vergogna della richiesta.

Pubblicato Piemonte Mese

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Marina Rota

Il Monte dei Pegni di Torino

Miseria e nobiltà … o no?

Nel film L’uomo del banco dei pegni, un indimenticabile Rod Steiger, ebreo sopravvissuto al lager, si rivale delle torture subite, del suo rancore verso l’umanità, taglieggiando senza pietà coloro che si rivolgono al suo banco dei pegni, nell’intento di non soffrire più, diventando insensibile ad ogni tipo di sentimento. Oggi gli uomini e le donne dei Monti di Pietà non sanno nascondere la loro solidarietà per i clienti che, vittime della mala sorte, dei vizi, della crisi si rivolgono ai loro sportelli; e quando ostentano indifferenza è solo per rimuovere la riflessione che dall’altra parte del vetro, prima o poi, potrebbero esserci anche loro. 

Osserviamo in una mattina piovosa questa variegata umanità che arriva alla spicciolata al Monte dei Pegni, immaginandone i pensieri e le preoccupazioni.

Pubblicato su Piemonte Mese

Marina Rota

Pro Cultura Femminile

 Crea riepilogo​

Cent’anni di lavoro per le pari opportunità culturali

Una mattina di primavera del 1911 la giovane insegnante Lisetta Ciaccio cullava pensieri nuovi, mentre percorreva i soliti passi verso la scuola normale Maria Laetitia istituita 30 anni prima dal Ministro Casati per preparare le ragazze a diventare maestre delle nuove generazioni italiane.
Diventare maestra costituiva l’unica via di riscatto culturale per le adolescenti di allora, la cui preparazione era limitata al necessario per diventare brave mogli e madri, per assolvere gli impegni domestici e quelli mondani: ricevere con grazia, sostenere una conversazione che non toccasse argomenti impegnativi (politici, culturali, sociali).

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La “Baretti Opera House” sempre al completo per il ciclo verdiano e le maratone mozartiane

BOH, Viva Verdi! (e anche Mozart)

Scroscia la pioggia in un primo pomeriggio che pare d’autunno, anziché di incipiente primavera.
Sono le 15,20 e fra dieci minuti al Cine-Teatro Baretti verrà proiettato il Dvd del Trovatore di Verdi, nell’edizione del Metropolitan con Luciano Pavarotti e la direzione di James Levine. Si tratta del diciottesimo appuntamento del ciclo intitolato Viva Verdi, Giuseppe!, opera omnia verdiana in ordine cronologico, con il quale il Baretti sta rendendo omaggio, in occasione del 150°, a Verdi compositore ma anche a Giuseppe, uomo di campagna, che, spinto oltre ai confini delle sue umili origini dalla passione e dal talento musicale, seppe restare sempre estraneo alla genìa dei Cortigiani, vil razza dannata esecrata da Rigoletto.

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Marina Rota

Ernestina Rossotto e il suo Psico Design

L’anima nel comò

Essere a casa, tornare a casa, sentirsi a casa, mandare a casa (metafora soprattutto politica) sono espressioni ricorrenti che dimostrano quale significato non solo fisico ma anche simbolico rivesta il nostro habitat: rifugio stabile, spazio vissuto e protettivo contrapposto all’ignoto.
[…]
Non è quindi sorprendente che una psicoterapeuta come Ernestina Rossotto, laureatasi alla Sapienza di Roma, abbia molto riflettuto sul legame fra la persona e il suo ambiente; l’aspetto sorprendente è che ne abbia fatto un’arte.

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Marina Rota

Il Piemonte contro i DCA

A Torino il centro pilota per la cura dei disturbi del comportamento alimentare

Le vedi correre nei parchi, massacrarsi in palestra per ore; e ti chiedi come riescano anche solo a stare in piedi, queste ragazze dagli occhi immensi, scheletriche, tormentosamente belle, che paiono uscite dai quadri di Schiele, o dalle sculture di Giacometti. 
Il loro vanto è rifiutare ogni offerta di cibo; la loro aspirazione uscire da un mondo che disprezzano perché troppo materiale, grossolano, fatto di uomini a tre dimensioni che vivono solo per mangiare, dormire e congiungersi.

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Marina Rota

Una sbirciatina dietro le quinte del Regio

Quando la Regina della Notte sbaglia ascensore

Gli orchestrali nel golfo mistico accordano gli strumenti; e i melomani del Regio, affondati nelle poltroncine rosse, si godono a occhi chiusi l’armoniosa dissonanza che prelude all’inizio dell’avventura lirica, e pare dar voce alle contrastanti sensazioni che vivono in quel momento i cantanti prima di entrare in scena…

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Marina Rota

L’ansioso, il fatalista, lo svelto

L’arte del portoghese da autobus

Il 42 arriva sbuffando nel traffico del primo mattino di inizio giugno, arrestandosi davanti al Mauriziano dopo un lungo tratto a passo d’uomo e un ultimo gemito straziante. È, come al solito, cosi affollato nel suo tragitto nevralgico verso gli ospedali, che stupisce di non veder gente penzolare dai finestrini. Si sale contendendo lo scarso spazio vitale a quei passeggeri, generalmente di fianco largo, che restano inamovibili davanti all’uscita dal momento in cui salgono, per assicurarsi di poter scendere alla loro fermata…

Pubblicato su Piemonte Mese


Marina Rota

Intellighenzia 2013

Credo che tutti noi ci siamo posti prima o poi l’interrogativo sulla definizione dell’intellettuale: chi è l’intellettuale? È colui che esercita una professione attinente alla cultura? O che si dedica alla produzione letteraria e artistica? O chi esercita l’intelletto, grado conoscitivo superiore alla sensibilità e all’esperienza? O, più semplicemente, una persona colta, amante degli studi e del sapere, col gusto del bello? Ad impedire che il dibattito si protragga altre migliaia d’anni, dà una risposta definitiva sulla vexata questio il filosofo, pubblicista e ricercatore universitario Paolo Flores d’Arcais sull’ultimo numero di Micromega, firmando un articolo dal titolo L’intellettuale e l’impegno, in cui elenca i seguenti requisiti dei quali non puo’ mancare l’intellettuale degno di questo nome.

1-L’intellettuale non può accontentarsi di far bene il proprio lavoro, come “scrivere un libro o girare un film, costruire un grattacielo o dirigere un’orchestra” al meglio delle sue possibilità. L’intellettuale in primo luogo deve essere ‘impegnato’. In che cosa? Nel migliorarsi? Nel farsi comprendere? No. Deve essere impegnato nel perseguire “la causa della democrazia radicale”. E deve conseguirlo, questo ossimoro, “con ostinata prassi critica”. Senza l’ostinata prassi critica, infatti, camminerebbe “sotto un cielo stellato orbo di luce”. Basta, tuona Flores d’Arcais, col disimpegno o “l’impegno in carrozza” ancora misteriosamente consentiti dalla cultura italiana!Chi non si impegna è un chierico che tradisce. 

Fuori subito dalla congrega, dunque, Platone, che come si sa considerava la democrazia (non sappiamo se radicale o meno) la peggior forma di governo, in quanto gestita da incompetenti, fondata sull’interesse personale e destinata a degenerare nella tirannide.

2-A questo punto si potrebbe coerentemente immaginare un intellettuale alla Pasolini- come si sa, estremamente critico nei confronti della cultura élitaria dalla quale restava escluso quel proletariato appena uscito dalla povertà e dall’ignoranza-. Intellettuali potrebbero essere un sindacalista, un caporeparto FIAT particolarmente illuminati. Eh, no. Essere intellettuali “è un mestiere dal quale si ricavano emolumenti superiori a quelli di un minatore, di un travet o di un operatore di call center” .L’intellettuale appartiene all’élite dell’ aristocrazia dello spirito; è socialmente un privilegiato; e tale prestigio è “garanzia di non assoggettamento”. L’ex girotondino Flores d’Arcais, girotondando fra universalismo concreto, etica futile, hybrisdella libertà, Realpolitik, Verblendungzusammenhang(“contesto di accecamento’”dal quale non pare essere esente) e post-post-moderno, sostiene con prassi ostinata l’essenzialità della gerarchia della cultura, definendo “falso modesto” l’intellettuale che vorrebbe riconoscersi nella ‘massa’.

3-Ma è alla fine, con l’ultima condicio sine qua non, che Flores d’Arcais riserva il suo boccone più ghiotto, benchè non imprevedibile: “l’intellettuale di destra è una contraddizione in termini”. E qualora per sbaglio esistesse, l’intellettuale di destra o di centro sarebbe “officiante della servitù volontaria”, “funzionario del conformismo”;insomma, “personale di servizio”. Dunque: engagé dedito alla causa della democrazia radicale- privilegiato sociale- di sinistra, ecco profilarsi qualcosa di nuovo, anzi di antico: l’immagine del buon vecchio gauche caviar. Post-post-moderno. Quello che, dopo aver scritto l’ultimo elzeviro di denuncia sociale su un quotidiano nazionale, o aver ottenuto l’autorizzazione ad erigere qualche orrore architettonico dalla scuola del brutto imperante nei Comuni, finalmente si rilassa fra i suoi pari, e tormentandosi il cachemire o la collana di perle si lamenta delle ingiustizie di questa società, da eliminare in nome della democrazia radicale. Da cinquant’anni ormai questa figura riappare, rinfrescata ogni tanto da nuovi dettagli: il SUV per portare i figli nelle scuole private per esempio; il corso da sommelier e cake-design in omaggio alla cultura materiale; il Fontana e il poverista Merz sostituiti da Ferri o Cattelan, impassibili testimoni dei crucci salottieri di Capalbio. L’antiimpegno “bordeggia fascismo e razzismo”, aggiunge Flores D’Arcais, e “l’impegno intellettuale suscita ostilità perchè è sempre di sinistra e non può essere che di sinistra”. Peccato che la storia dimostri quanto questa ostilità sia stata utilizzata proprio da prese di posizione democratico-radicali, che hanno contato tante vittime illustri. Un esempio su tutti, quello che considero il mio Maître à penser: Elémire Zolla, il quale, con la sua mente illuminata, lasciò un segno profondo nella cultura del Millenovecento e nel pensiero di chi gli si accostò.

Filosofo, storico dei miti e delle religioni, pensatore di sterminata cultura, fu autore di testi come Volgarità e dolore e Uscite dal mondo; traduttore di Melville, critico tra gli altri di Thomas Mann, Kafka e Joyce, Zolla ospitò sulla sua rivista Conoscenza religiosa da Eugenio Montale a Jorge Luis Borges. Nonostante la fama acquisita da giovanissimo, grazie al premio Strega vinto a 30 anni, Zolla fu emarginato dagli ‘intellettuali’ di fine anni Cinquanta poiché con L’eclissi dell’intellettuale aveva preso atto della fine delle stagioni dell’impegno, considerato un obbligo fin da allora. Zolla, bollato come intellettuale di destra, venne da allora guardato con sospetto e nuovamente messo al bando nel 1971 per Checos’è la tradizione, in cui prendeva posizione contro“ogni forma di estremismo”. Il suo spirito libero e anticonformista rimase impenetrabile alle seduzioni di ogni tipo di appartenenza, dai partiti ai salotti, e a ogni tentativo di classificazione politica. Zolla continuò a ripetere fino alla morte che la distinzione fra destra e sinistra non serviva a nulla “se non alla contesa politica più bassa”. Non si poteva neppure riconoscere nell’ obbligo di Flores D’Arcais “di essere innanzi tutto cittadino”: di estrazione e cultura cosmopolita, si rassegnò ad essere casualmente italiano- un fatto che, come tutte le fatalità, accettava con distacco-. E alle accuse di “servo volontario” e “chierico traditore” con cui lo avrebbe bollato un Flores D’Arcais per il suo disengagement, Zolla avrebbe reagito com’era solito fare: con quel suo sorriso ironico, lontanissimo. 

Questa restrittiva definizione dell’ intellettuale di Flores D’Arcais, noto come autore de Il piccolo sinistrese illustrato, pare estromettere dalla partita degli intellettuali, oltre al solito Céline (riguardo al quale, bontà sua, Flores D’Arcais ammette che “pare abbia scritto ammirevoli romanzi” –lasciando nel contempo trapelare orgogliosamente di averne evitato la lettura)- anche Jorge Luis Borges, riconosciuto fra i massimi scrittori del 1900. Il grande argentino, autore di Aleph e Finzioni, denominato da tutti El Viejo, il Maestro, annotò, riferendosi a Chesterton, a Lugones, a Rudyard Kiplig e a Walt Whitman che “la valutazione delle opere deve prescindere da quella delle loro opinioni politiche”, definendo queste ultime “quanto di meno importante e di più superficiale possa esserci”. In una memorabile intervista di Alberto Arbasino, Borges definì anzi la politica “il grande nemico della letteratura, di qualunque segno”. Ammettendo di aver aderito a un partito conversatore, dichiarò di essersene ritirato “perchè era già d’accordo con opinioni diverse altrui”. Borges era convinto che fosse ridicolo appartenere a un partito politico, e poiché i comunisti lo reputavano fascista e i fascisti comunista si definiva, semplicemente, un vecchio individualista. Queste asserzioni scettiche di Zolla e Borges sul ruolo della politica dovrebbero suonare consolatorie per il direttore di Micromega, dati i suoi pervicaci e non fortunati tentativi di far politica su vari fronti, dei quali taccio per stile, sicura che saranno tanto noti quanto la sua produzione letteraria. 

Come si sa, Borges, pur favorito d’obbligo ogni anno, fin dagli anni Cinquanta, al premio Nobel, non lo ottenne mai per ragioni ideologiche. Il premio negato al grande poeta cieco, il quale aveva sedotto perfino l’ostile Garcìa Marquez, era venerato da lettori di tutto il mondo -da tutta una città che lo accompagnava con affetto rumoroso nelle sue uscite-, venne assegnato in seguito a Dario Fo, al quale, non a caso, viene dedicato un articolo successivo nelle pagine di Micromega. 

Per allontanare accuse di nostalgia alla sua definizione di intellettualità come aristocrazia dello spirito, Flores d’Arcais non trova nulla di meglio che ricordare quanta attenzione abbia prestato Micromega a un argomento come il cibo, dedicandogli addirittura due volumi. Prende così corpo la provocazione dell’amico Franz Krauspenhaar: il prossimo Nobel verrà assegnato a un cuoco (di ostinata prassi critica,ça va).

Mi guardo dal proporre un’altra definizione di intellettuale. Ma è sicuro che ammirando un bel dipinto; leggendo Céline, Ezra Pound, T.S. Eliot, Proust, G.B. Shaw, Thomas Mann, certe pagine di Arbasino; seguendo Zolla nelle vertiginose scalate di pensiero che impone; addentrandomi nelle splendide cattedrali di biblioteche, specchi e finzioni di Borges; ascoltando l’arte commentata da Vittorio Sgarbi, o rivedendo una piéce di Carmelo Bene, l’ultima cosa a cui penso è quanto e come costoro fossero, o siano, engagé. Penso invece alla luce che mi infondono. E di questa non trovo traccia nei “Bertoncelli e preti”, nei mille piccoli maestri che da cinquant’ anni, come cantava Jannacci, “ti spiegano le tue idee senza fartele capire”, impartendoci contestabili diktat sulla collocazione dell’intellettuale; quando l’intellettualità, qualora esista, sta appunto nella testa dell’intellettuale. E non nella loro.

Le cattive signorine di via Conte Verde

Loro erano “le signorine” per antonomasia. O meglio, per rifarsi alla famosa Cocotte di Gozzano, “le cattive signorine”. Si chiamavano Wanda, Yvonne, Maruska, Luana, Katia, Lulù, o con altri nomi che la fantasia di allora associava a trasgressioni esotiche. 

Nelle case chiuse usavano rossetti violenti, si tiravano le sopracciglia all’insù, indossavano veli trasparenti da odalisca e vestaglie aperte rimaste incise nella memoria dei frequentatori, ma era impossibile distinguerle dalle altre ragazze, quando al mattino uscivano per prendere il caffé o andare dal parrucchiere. 

A Torino, i frequentatori delle signorine disponevano di un’ampia scelta, a seconda della disponibilità economica o della curiosità del momento: dalle case di pessimo livello di via Conte Verde, a quelle di via Principe Amedeo (una decente e una elegante, frequentata dagli ufficiali, in cui trascorrevano ore felici anche alcuni professori prima di recarsi all’università); dalle due attigue di via Fratelli Calandra, di profilo medio-basso, a quelle più raffinate di via Massena, via Michelangelo e via Cellini, fino ad arrivare al top del lusso rappresentato dalla maison di corso Raffaello, in cui i clienti, professionisti che parcheggiavano le auto in corso Massimo d’Azeglio, potevano anche usufruire del servizio di “libero” (la cameriera si assicurava che per strada non passasse nessuno nel momento in cui usciva il cliente).

Nello stesso signorile casino di corso Raffaello si mormora facesse bella mostra una collezione di falli di cristallo Lalique (soprannominata nella sua interezza “l’inno al Gigetto”), che attualmente decora il camino di una nobile casa milanese. Impensabili, questi ninnoli di lusso, in via Conte Verde, dove i gruppi di gaudenti si recavano accompagnati dal canto “Alé alé alé/andoma a ciolé/ a-j’e l’America an via dij Plissé” (“via dei Pellicciai” era l’antica denominazione di “via Conte Verde”) e dove riecheggiava la litania sempre uguale della tenutaria:”Allora, ci decidiamo, su da bravi carini, sveglia, andoma a pié l’aria al Valentin!”. Litanie e richiami delle maîtresse (“È arrivata Luana, la figlia della padrona!”, “Abbiamo la Katia dalle poppe imperiali!”, “Chi va con la bella bolognese?”, oppure “La bionda è libera/ragazzi in camera!”, cantata sulle note della ritirata militare) risuonavano per strada d’estate, quando le finestre erano aperte: le serrande dovevano essere, appunto, sempre chiuse, per non offendere il senso del pudore dei passanti e dei dirimpettai.

Le case di tolleranza, luoghi sospesi fra bonarietà provinciale e abominio, fra trasgressione e rispettabilità borghese, non hanno solo ispirato, in ogni epoca, canzoni, opere d’arte, letteratura (esauriente, a questo proposito, Giovanotti, in camera! di Guido Vergani) e cinema, (chi non ricorda il discusso Paprika di Tinto Brass, o la sfilata della “quindicina” nell’Amarcord di Fellini, o Totò cerca casa, in cui una famiglia piccolo borghese va a vivere in un casino, con conseguenze grottesche?); ma hanno anche creato termini divenuti d’uso comune nel nostro linguaggio. 

Di certo, secondo le testimonianze degli ex clienti, è da sfatare il più diffuso luogo comune che identifica il “casino” nel disordine o nella baldoria, perché probabilmente nessuna istituzione statale fu meglio disciplinata e più ordinata delle case di tolleranza, ad iniziare da un regolamento del 1860 firmato da Camillo Cavour (che le istituì per le truppe francesi, già abituate a frequentare i postriboli oltralpe) nel quale si stabilivano anche le tariffe delle case di piacere, suddivise in tre fasce: “prima classe lire 5, seconda dalle lire 5 alle lire 2, di terza classe, al di sotto di lire 2”. Nel 1862, dopo la morte di Cavour, la tabella venne completata dal ministro Rattazzi, il quale precisava che le tariffe erano riferite ad un solo “trattamento”, e che il “colloquio semplice” era da calcolarsi in 20 minuti. Quando il cliente si recava alla cassa dichiarava alla tenutaria la sorta di colloquio che desiderava: la “semplice”, la “doppia”, la “mezz’ora intera”, in qualche caso “la svelta” detta anche “alla buona”, la più conveniente, le cui tariffe erano riportate in un cartello all’ingresso. 

Ogni casa poi aveva le sue peculiarità: molte offrivano agevolazioni a studenti, militari, “giovanotti di primo pelo”; in alcune sapone e asciugamano erano gratuiti, in altre calcolati a parte, ma in tutte le case di piacere erano vietate risse e baldorie. Le si poteva frequentare dai diciotto anni in su (una tappa agognata, per la quale spesso si era disposti a contraffare i documenti), mentre le signorine dovevano essere maggiorenni, secondo il Testo Unico di Pubblica Sicurezza. Non circolavano droghe, né alcool (al massimo si offriva il tè nei bordelli di lusso come in corso Raffaello); e nemmeno registratori per ricattare i clienti; ed era obbligatorio, per motivi di sicurezza, lasciare all’entrata armi, ombrelli e bastoni; disposizione osservata di più che nei moderni aeroporti.

Le ragazze, anche quelle orgogliose di essere state prescelte dall’attore, dal politico o dal campione sportivo del momento (che accedevano, come i sacerdoti, da entrate secondarie), non rivelavano l’identità, né le inclinazioni sessuali dei clienti, mantenendo, più che il segreto professionale, quella sorta di ritrosia ereditata dall’ambiente contadino dal quale in gran parte provenivano.

Le “pensionanti” dovevano sottoporsi ad esami di laboratorio disposti dall’ufficio di igiene e a visite mediche settimanali per evitare il diffondersi delle malattie veneree, (ma la gonorrea, meglio nota come scolo, si contraeva anche nelle case di via Massena o di via Cellini…); ogni quindici giorni cambiavano casa e città (la famosa “quindicina”), disposizione motivata dalla necessità di stimolare la curiosità dei clienti con un rinnovo delle file e forse anche dal timore che i “colloqui” degenerassero in rapporti affettivi. 

Un’ipotesi non remota, questa, come testimoniano non solo le canzoncine del tempo (“Mondana mondana perché/perché tu mi vuoi abbandonar?/ Eppur vedi ben che per te/ tutto ho dato anche il poco denar!”), ma anche i numerosi matrimoni che furono celebrati, dopo la chiusura delle case, fra le signorine e i militari che avevano usufruito dei loro servizi. 

E il ricordo imperituro di certe ragazze, come Milena di via Fratelli Calandra, che non usciva mai dalla casa: bella, educata, e così saggia da investire tutti i suoi guadagni nel mattone.

Durante la guerra ’14-18 esistevano anche i bordelli di retrovia, con signorine che, assoggettate a veri tour de force per spirito patriottico (anche 60 marchette al giorno), si presentavano alla chiamata avvolte soltanto nel tricolore, sollevando il morale delle truppe. 

Le direttrici di sala o maîtresse, figure leggendarie, rappresentavano una sorta di “grande madre”: amanti, amiche, confidenti, dominavano l’ambiente con la loro spiccata personalità, con interventi dettati dall’umore e dal profilo del bordello; controllavano la situazione delle marchette-gettoni metallici con un foro centrale infilati in un’asta, che recavano inciso il nome della casa- e, con la loro familiare bruschezza, invitavano ad un’attività più continuativa, aiutandosi anche con divertenti cartelli come quello che minacciava, a caratteri cubitali: “Giovanotti! Le signorine lavorano! Si raccomanda di non intrattenerle con le bagatelle inutili!”

Una chiara avvertenza, questa, per coloro che facevano flanella (termine originato, secondo Tinto Brass, dallo sfregamento della stoffa dei pantaloni contro le sedie, e rimasto, questo a ragione, ad indicare gli oziosi e i fannulloni); e cioè i giovanotti a corto di lire che stazionavano nella sala comune per curiosare, chiacchierare, scherzare con le ragazze, annusando quell’atmosfera peccaminosa carica di fumi e profumi, senza “consumare”. Alcuni irridevano apertamente la maitresse (come la Gisella di via Fratelli Calandra :“Buonasera, Madama Gisella/siamo venuti per fare flanella!”). Contro di loro le tenutarie affilavano i loro strali in modo spesso immaginifico. A volte, per allontanarli, spegnevano le luci e, al grido di “O figa o fuga!”, si armavano di insetticida – il famigerato flit- e nebulizzavano i nullafacenti, di modo che, rientrati a casa, venissero smascherati da mogli e madri. Peggio ancora andava in certi bordelli di infima classe, dove pare che le maitresse usassero perfino la frusta. 

Alcune non erano estranee a moti di sincera umanità: ad esempio nel 1938, durante una discussione sulle leggi razziali (che fra l’altro vietavano alle “razze inferiori” di frequentare i casini, e ciò nell’indifferenza delle classi alte), la maitressedi via Fratelli Calandra commentò, “Ma p?rché, pòvri fieuj, a l’han nen ‘l picio parej d’j àutri?”.

Il clima quasi familiare era sottolineato dal fatto che intere famiglie talvolta vivessero nei casini (in quello di Venaria, ad esempio, abitava il custode con moglie e figli) e dall’organizzazione interna, simile a quella di un educandato femminile, scandito da regole severe e dotato di mensa. 

Ma come reagiva Torino a questo fenomeno?

In modo ambivalente: al pietismo della Marchesa Giulia di Barolo, per la quale la sessualità era “un peccaminoso dovere da cui bisogna emendarsi” e si poneva quale obiettivo la redenzione, a costo di indicibili penitenze, delle ragazze perdute, faceva da contraltare la saggezza mondana di Cavour, il quale prescrisse che ogni tenutaria accantonasse una percentuale dei ricavi delle prostitute per assicurare loro una pensione. Intendeva così evitare che, a fine carriera, finissero affogate, come spesso succedeva, nella povertà e nell’assenzio (descriveva questa realtà una popolare canzone “Quand mi j’era giovna stasìa al prim pian/l’avìa na serva e quàtr gargagnan/ Adess che son veja e le pupe ‘m van giù/l’hai gnanca pi al fià d’crié: feramiu!”) 

D’altra parte, le case di tolleranza, dal punto di vista morale, occupano un posto singolare nella nostra storia; “tollerate” dallo Stato, lo erano anche dalla Chiesa: frequentarle non costituiva un peccato. Tanta indulgenza era figlia della concezione della vita matrimoniale di allora, secondo la quale l’unione santificata non doveva essere contaminata dai bassi istinti maschili, che quindi era opportuno sfogare extra moenia, in luoghi gestiti dallo Stato. D’altro canto, quasi tutte le donne del mestiere erano pie; non era raro incontrarle a messa alla Consolata, e le tenutarie non mancavano di far benedire le loro case i cui androni talvolta, come quello ‘medio’ di via Principe Amedeo, erano decorati da santini e lampade votive. I bordelli, insomma, erano considerati non solo una garanzia igienica, ma anche una sorta di baluardo morale.

Lo stesso Indro Montanelli, nel suo libello Addio, Wanda!, dedicato a una famosa maîtresse che intraprese il mestiere per far dispetto al suo amante Italo Balbo, e divenne la tenutaria di una maison milanese frequentata da giornalisti e scrittori, sosteneva che il colpo di piccone alle case chiuse faceva crollare “l’intero edificio basato su tre fondamentali puntelli, la Fede cattolica, la Patria e la Famiglia”, perché era nei postriboli che queste istituzioni trovavano la più sicura garanzia.

La notizia dell’approvazione della Legge Merlin dopo un lungo e tormentato iter legislativo fu accolta con costernazione dagli habitué, che iniziarono le cerimonie d’addio già giorni prima; i burloni organizzarono i finti funerali della prostituzione di Stato; i più sentimentali, fra qualche lacrima, si concessero l’ultimo abbraccio alle signorine – che ad ogni buon conto lasciarono i loro indirizzi per proseguire eventualmente i “colloqui” in privato.

Marina Rota

Rosa Mogliasso, o del piacere creativo

Rosa Mogliasso, o del piacere creativo

Lei si definisce “alta bruna e indolente”; ma non conviene farsi ingannare dai suoi movimenti felpati, che sono quelli di un felino pronto all’attacco. L’indolente Rosa scrolla la massa di capelli scuri, in pantaloni alla corsara e romantica camicia bianca con jabot di pizzo che la rendono simile a un’eroina d’altri tempi. E sorride: il suo primo giallo, L’assassino qualcosa lascia, premio Bancarella 2010, arrivato alla settima ristampa, è stato rappresentato come pièce al teatro Baretti, con adattamento della stessa autrice e la direzione e la partecipazione di Davide Livermore.

Pubblicato su Piemonte Mese



 

 

Marina Rota

L’ora antica torinese

Una passeggiata nei luoghi torinesi di Guido Gozzano

Quando al tramonto- “l’ora antica torinese”- si avverte un po’ di malinconia per la fine del giorno e per l’ineluttabile fragilità delel cose, è quasi impossibile, per una torinese a passeggio per certe vie, non pensare al poeta legato a Torino da un intimo affetto, che lasciò traccia della sua presenza e della sua opera in tanti suoi luoghi e in una memoria comune che, anzichè estinguersi, pare ravvivarsi nel tempo.
Guido Gozzano, figlio dell’ingegner Fausto e della sua seconda moglie Diodata Mautino (nota in gioventù come “la piccola Duse del Canavese” per il suo notevole talento teatrale), vide la luce il 19 dicembre 1883 in via Bertolotti 2, come ricorda un’iscrizione posta sul palazzo, e venne battezzato Guido Davide Gustavo Riccardo nella parrocchia di Santa Barbara in via Assarotti.
Guido frequentò la scuola elementare Moncenisio in via della Cittadella 3, proprio la scuola in cui Edmondo De Amicis aveva ambientato qualche anno prima le vicende del libro Cuore.

 

 

Ma dove vanno i portinai?

Un viaggio nelle portinerie torinesi

Ma dove sono finite le portinerie di una volta che, parafrasando Paolo Conte, “tenevano la porta aperta davanti alla primavera”? E le portinaie di una volta, figure demiurgiche del palazzo, che controllavano il via vai degli inquilini, occhieggiando da guardiole da cui evaporavano fumi e profumi prodotti da pentole sempre sul fuoco e, secondo i clichè, sapevano tutto di tutti e costituivano un’agenzia di diffusione di notizie condominiali?